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Hikikomori parte 1
Marco De Giuli (Author), Cristiano Baricelli (Author), Bbraio (Author), Byunknow (Author), Euno Maya (Author), Titta D'Onofrio (Author), Ivan Ferrara (Author), Rosaria Iorio (Author), Le Nevralgie Costanti (Author), Neo-One (Author), Paolo Massagli (Author), Tiziano Onesti (Author), Andrea Stella (Author), Marco Tanca (Author), Peter Vento (Author), Marco De Giuli (Cover Artist), Marco De Giuli (Editor), Cristiano Baricelli (Illustrator), Bbraio (Illustrator), Byunknow (Illustrator), Euno Maya (Illustrator), Titta D'Onofrio (Illustrator), Ivan Ferrara (Illustrator), Rosaria Iorio (Illustrator), Le Nevralgie Costanti (Illustrator), Neo-One (Illustrator), Paolo Massagli (Illustrator), Tiziano Onesti (Illustrator), Marco De Giuli (Illustrator), Marco Tanca (Illustrator), Peter Vento (Illustrator)
January 2022
None
Italian
60
black&white
Indie, Underground, Authorial, Self-published, Porn, Adult, Erotic, BD, Alternative
Once upon a time there was socialization, the street, the revolt. They were moments of participation, sociability, solidarity and collective aggregation. Since then, competitiveness, social stratification, aggressiveness of the society have progressively led to choosing other paths, many of them individual. Hikikomori refers to those who have chosen to withdraw from social life, through an act of renunciation and social suicide, implementing a sort of silent protest towards an increasingly less inclusive society. Today the pandemic we are experiencing has projected us all into a condition of isolation, in the need to implement what is called "social distancing". An oxymoron: unconscious or deliberate semantic choice? In fact, the amplified distance is the one among the very few rich people and the majority that share what remains. But what are we left with? Let's talk about it, at the end of the mini-cycle that began with Interiors "Liberté, egalité, fraternité" and continued with Interiors "Fatti non foste a viver come bruti".
Circa un anno fa, all’inizio del 2022, usciva il primo dei due albi che il Collettivo Interiors ha dedicato agli Hikikomori. Il termine giapponese hikikomori, ormai piuttosto consolidato anche nel lessico italiano, significa “stare in disparte” e designa coloro che, per ragioni diverse, scelgono di rifugiarsi all’interno della propria abitazione rinunciando qualunque tipo di relazione sociale. In questa coppia di fanzine autoprodotte, intitolate Hikikomori I e Hikikomori II, i membri di Interiors si inoltrano nel difficile mondo di chi ha intrapreso la via dell’isolamento assoluto, analizzando le cause, gli effetti e le molteplici declinazioni di un fenomeno sociale per nulla trascurabile. Con di stili e voci diversi, i due volumi sviluppano il tema in maniera sfaccettata, offrendo un insieme eterogeneo di punti di vista e interpretazioni visive. Inoltre, ognuna delle storie contiene al suo interno un codice QR che rimanda al link di una canzone, così che la narrazione si vede corredata da un complemento musicale che arricchisce ulteriormente il progetto, dotandolo di una dimensione intersemiotica.
HIKIKOMORI I
Il volume è introdotto da una riflessione di carattere politico sul significato della condizione esistenziale degli Hikikomori. Il collettivo si chiede cosa significhi oggi, in periodo post-pandemico, scegliere di ritirarsi dalla sfera sociale per rifugiarsi nel piccolo del proprio mondo chiuso. Sebbene l’isolamento costituisca un fenomeno endemico nella nostra contemporaneità, non sempre siamo in grado di interpretarlo in tutta la sua complessità. Si tratta di un’imposizioni o di una scelta? Rispecchia un semplice disagio individuale? Oppure può essere considerato una forma di resistenza che, partendo dall’individuo, arriva a coinvolgere l’intera collettività? Queste sono le domande alle quali Interiors cerca di rispondere attraverso le proprie storie, esplorando, pagina dopo pagina, il delicato universo degli Hikikomori.
Il simbolo che apre questo percorso non poteva che essere una porta. Infatti, in The Door, la prima storia dell’albo, realizzata da ByUnknown, troviamo una sequenza di immagini di una porta che, progressivamente, si ricopre di pieghe, si deforma, fino a trasformarsi in una sorta di coperchio abnorme, privo di maniglia, irriconoscibile e ormai invalicabile. Questo uscio mostruoso raffigura la chiusura definitiva e, serrandosi alle spalle dell’Hikikomori, sancisce l’inizio del suo suicidio sociale.
Scorrendo le pagine del volume si nota come le diverse storie analizzino aspetti differenti del fenomeno Hikikomori. Tra quelle che si concentrano sulle cause sociali della questione, troviamo Facile come bere un bicchier d’acqua (storia di Andrea Stella e disegni di Marco De Giuli). Il modo dire che costituisce il titolo assume una valenza di amaro sarcasmo mentre ripercorriamo la storia di Maurizio, un ragazzo qualunque, probabilmente destinato a un futuro qualunque, ma che, tuttavia, un passo falso dopo l’altro resta impigliato nella rete di obiettivi e mete che la società gli impone di raggiungere. Tutto nella sua vita parrebbe a portata di mano, accessibile, facile (facile come bere un bicchier d’acqua, appunto), eppure Maurizio non ce la fa. A ogni fallimento che accumula, appare l’immagine di una mano che si allunga verso un bicchiere colmo d’acqua, vicino ma irraggiungibile, accompagnata dalla frase «Maurizio ha sete». L’impossibilità di soddisfare questa sete metaforica sfocia inevitabilmente nell’ondata nera dell’ansia, un vortice scuro e infinito. Difatti, la parola fine che conclude la storia è seguita da un punto interrogativo («FINE?») che contribuisce a sottolineare l’essenza di una condizione fuori dal tempo, ripetitiva e vertiginosa, della quale è impossibile immaginare il termine per chi vi si trova immerso. Dal punto di vista grafico, la narrazione si sviluppa su un semplice fondo nero sul quale si aprono sprazzi bianchi contenenti la silhouette ridotta ai minimi termini del protagonista, così che l’asciuttezza della composizione contribuisce a comunicare la realtà nuda e angosciante del disagio analizzato.
Un’altra narrazione incentrata sui motivi dell’esclusione sociale è Evaporato di Ivan Ferrara. In questo caso, il fenomeno dell’emarginazione viene descritto a partire da una sua specifica manifestazione, ovvero, quella dei Ningen Jōatsu, gli “evaporati”. Con un disegno estremamente minimale, l’autore ci presenta una figura incravattata intenta a percorrere un lungo corridoio anonimo. Gradualmente, questo misterioso individuo inizia a dissolversi, gli scompaiono le mani, gli occhi, l’intero volto. Nell’ultima pagina, di lui non resta altro che la sua ventiquattrore, ultimo resto di un’identità ormai scomparsa. Questa figura rappresenta uno dei centomila “evaporati” che ogni anno in Giappone si volatilizzano, rinunciando ai propri diritti e accettando una vita di stenti ai margini della società. I Ningen Jōatsu condividono con gli Hikikomori il bisogno di sottrarsi da una realtà troppo esigente, asettica, che, proprio come i disegni che qui la rappresentano, non ammette sbavature di nessun tipo.
Infine, per concludere questa prima rassegna dell’albo, possiamo ricordare il lavoro di Euno Maya, intitolato Occhi. Anche in questo brevissimo contributo (una pagina soltanto) l’attenzione è volta alla pressione sociale da cui spesso deriva l’auto-esclusione. Nell’illustrazione, i toni grigi e acquosi del disegno delineano un grottesco corpo femminile, scheletrico e deforme, al quale si avvinghiano delle mani nodose, avide e invadenti. La figura appare circondata da innumerevoli occhi che la fissano, ossessivi e giudicanti, mentre un mucchio di sveglie nella parte inferiore dell’illustrazione simboleggia la necessità di stare al passo con un tempo incalzante, che non tollera pause o tentennamenti. Lo sguardo di questi occhi impone dall’esterno la necessità di plasmare il proprio corpo secondo i dettami di un canone estetico disumano. Si introduce così il tema degli effetti fisici, e non soltanto psichici, della pressione sociale, un tema che, come vedremo, viene ampiamente trattato anche dagli altri interventi inclusi in questa fanzine, che continueremo a raccontarvi prossimamente.
HIKIKOMORI I (seconda parte)
Nell’ultima recensione dedicata all’albo di Interiors Hikikomori I, ci siamo soffermati sui quei contributi che si occupano principalmente delle cause che possono portare a rifuggire il mondo esterno. Come dicevamo, però, il collettivo analizza anche altri aspetti del fenomeno, tra i quali uno dei più rilevanti è senza dubbio quello delle ripercussioni fisiche dell’esclusione sociale. Ovviamente, ritirarsi nel piccolo della propria abitazione, interrompendo le relazioni con le altre persone, produce una fisicità nuova, alternativa. Nella solitudine il corpo acquisisce un’estrema centralità, le sensazioni fisiche si amplificano e mutano, arrivando ad assumere forme e valenze anche molto inquietanti. Come rappresentare visivamente quel che sente nel proprio corpo un Hikikomori?
Nel disegno di Marco Tanca, intitolato semplicemente Hikikomori, osserviamo una figura di spalle inquadrata dall’alto, come se la stessimo guardando attraverso una telecamera di sorveglianza. Vediamo un ragazzo all’interno della propria stanza, curvo sul suo computer, assorbito dallo schermo, mentre una serie di cavi scendono dal soffitto e vanno ad inserirsi nella sua schiena. L’autore rappresenta così lo stretto legame tra rete e isolamento, e i suoi evidenti effetti fisici. Siamo noi a essere attaccati ai nostri device, o sono i nostri device ad attaccarsi a noi? Come tentacoli questi cavi si innestano fisicamente nella schiena del personaggio. Silenziosi e inosservati lo rendono passivo, succube e inconsapevole della sua dipendenza.
Maggior consapevolezza del proprio corpo dimostra, invece, il personaggio di Ouroboros, di Eva di Pace. Qui, il corpo, sempre più vuoto ed espanso, diventa una voragine incolmabile. Per questo personaggio il cibo arriva a costituire l’unico vincolo con il mondo esterno, mentre la sua fame vorace rappresenta l’unico elemento in grado di alleviare momentaneamente il disagio della sua solitudine. Questa figura grottesca, famelica, è incapace di affrancarsi dal ricatto delle proprie pulsioni chimiche, e la sua vera gabbia non è la casa in cui sta rinchiusa, ma la sua stessa carne. Quando all’improvviso le consegne a domicilio si interrompono, e il cibo smette di arrivare, sente che il cordone ombelicale che la manteneva legata alla realtà si spezza. L’isolamento si fa ancora più acuto, e con esso anche la fame. Di fronte all’impossibilità di trovare una valvola di sfogo per questo malessere soffocante, il personaggio si sottrae al proprio dolore attraverso una soluzione estrema. Come un serpente che si divora la coda da solo, questa mostruosa figura finisce per auto-fagocitarsi, divorando lei stessa l’insaziabile vuoto che la divorava.
Un altro breve contributo incentrato sulla corporeità degli Hikikomori è Who, di Rosaria Iorio. Si tratta di un’illustrazione dal carattere sintetico e astratto, che raffigura un insieme di forme geometriche affastellate che vanno a comporre una figura antropomorfa, metà casa e metà essere umano. Anche qui, il corpo subisce una metamorfosi, si modifica fino a venire inglobato dal luogo nel quale cercava un rifugio. Di questa casa-persona, rannicchiata su sé stessa, riconosciamo le mani, i piedi, le gambe, la schiena e, là dove ci si aspetterebbe di trovare un volto, si apre invece un vano buio a forma di schermo, vuoto. Nella parte inferiore del disegno si vede una distesa di casette tutte uguali, forse simbolo del conformismo e della ripetitività delle nostre vite identiche, impacchettate in serie. Sotto ognuno di questi tetti neri possiamo immaginare che abbiano trovato rifugio altrettante solitudini umane, una accanto all’altra e, tuttavia, incapaci di comunicare tra loro.
Il corpo è protagonista anche del lavoro di Titta D’Onofrio, 引き籠もり. In questo caso, la reclusione viene analizzata in quanto causa di percezioni fisiche rarefatte e ingannevoli. Un personaggio ripiegato su sé stesso, sofferente, all’interno di una stanza buia, all’improvviso inizia a sdoppiarsi. La sua immagine appare come specchiata, rendendo l’esistenza stessa del suo corpo fisico un semplice riflesso inconsistente. L’angoscia aumenta ulteriormente quando, nella pagina successiva, troviamo queste stesse immagini replicate identiche e miniaturizzate all’interno di un poster appeso a una parete, mentre un personaggio dagli occhi sgranati fissa uno schermo bianco e luminoso. Come scrive l’autrice, la condizione di isolamento porta gli Hikikomori ad «oscillare tra il niente e migliaia di mondi», intrappolati in una replicazione di immagini fallaci delle quali diventa difficile stabilire l’effettiva esistenza oppure l’illusorietà.
HIKIKOMORI I (terza parte)
Nel suo percorso all’interno dell’universo Hikikomori, il collettivo Interiors dedica una parte dei propri interventi alla descrizione del contesto fisico nel quale si rifugia chi si allontana da ogni tipo di dinamica sociale condivisa. Uno dei lavori che si concentrano su questo aspetto, è quello di Cristiano Baricelli, intitolato Isolamento. L’autore raffigura con tratti incisivi l’interno di una stanza buia, illuminata dal chiarore di uno schermo. Dall’oscurità vediamo emergere le sagome scarne di alcuni mobili, circondate da dei teschi. Questo ambiente tetro, nel quale l’unica fonte di luce è un debole bagliore artificiale, trasmette con efficacia l’idea di chiusura, di isolamento. La stanza, che doveva rappresentare un rifugio, diventa infatti una prigione, una sorta di cripta abitata da anime sepolte, interrate in una semioscurità costante. Sono pagine totalmente prive di testo, non c’è dialogo, solo silenzio. L’unica figura umana è quella di un bambino grottesco con in mano un joystick, le cui orbite oculari sono vuote, inespressive, esattamente come quelle dei teschi che gli stanno intorno.
Il tema della stanza-prigione viene ripreso anche da Neo-One. Creando una sorta di trittico, l’autore rappresenta l’evoluzione esistenziale di un personaggio che, da un’infanzia asfissiante nei ranghi di una società che gli inculca le proprie inflessibili norme, si ritrova a essere un ingranaggio lobotomizzato di tale società. Attraverso delle illustrazioni dall’estetica cronenberghiana, Neo-One rappresenta il graduale declino della coscienza individuale all’interno di un mondo di stimoli illusori. Troviamo, così, immagini di corpi mutilati, deformi, e, tuttavia, sorridenti, che ci ricordano con amaro umorismo che per essere liberi non basta possedere le chiavi della propria piccola prigione personale, dato che «una prigione diviene casa, se hai la chiave».
Di libertà parla anche Peter Vento in Tutto, dove, con un ritmo incalzante e un tratto fluido e veloce, presenta un turbinio di immagini poste una sull’altra fino a saturare le pagine. Sullo sfondo di una metropoli distopica (ma molto simile ai nostri ambienti urbani contemporanei), una figura femminile, nuda davanti a un fuoco, si ribella ai ritmi intollerabili che conduce la massa di persone che le sta intorno. Attraverso le frasi che scandisce tra la folla, questa figura proclama un ordine alternativo, una visione olistica dove l’umano non si impone ma si integra alla realtà della quale è parte. Progressivamente, l’immagine della metropoli cede il posto a un paesaggio naturale, quasi bucolico, sul quale compare la scritta: «sono quelle arie di confort spesso comode prigioni». Anche qui, l’attenzione ritorna sul tema della prigione, in questo caso intesa come l’insieme di bisogni innecessari che ci obbligano a una vita disumana. Tuttavia, liberarsi dalla prigione del confort e mettere in discussione le leggi che lo determinano è possibile, e sta a noi provarci, dato che, come dice l’autore: «Compà, liberi siam già… lo siamo sempre stati e lo saremo sempre».
Si inizia così a intravedere, in alcuni degli interventi della fanzine, un debole sprazzo di speranza. Per esempio, nel lavoro di Paolo Massagli, Over the roof, colpisce trovare un’atmosfera meno cupa e meno disumanizzata rispetto agli altri contributi dell’albo. Qui, finalmente, viene rappresentato un ambiente esterno, una scena notturna, all’aria aperta, nella quale osserviamo una ragazzina seduta su un tetto, con un’espressione pensierosa e malinconica. Intorno a lei ci sono altri tetti, altre case. La luna si staglia nel cielo e illumina un campanile, le tegole, le antenne tv. Questa serie di elementi semplici, riconoscibili, non distorti, ci fa tirare un sospiro di sollievo, lasciandoci sperare che possa ancora aver luogo una presa di coscienza, un pensiero in grado di spingersi oltre il disagio e la solitudine. Mentre siede tra i tetti, questa ragazzina viene raggiunta da un piccolo gatto nero, che le si avvicina instaurando con lei un contatto visivo, un rapporto ravvicinato, fondato su uno sguardo non giudicante, che suggerisce la possibilità di un vivere diverso, fatto di sguardi e di vicinanza, e magari anche di comprensione.
Segue una linea simile anche il lavoro di Bbraio, Oni wa soto! Fuku wa uchi! Il titolo riprende una formula giapponese che viene normalmente rivolta agli spiriti maligni durante il rito del mamemaki. Nel corso di questa cerimonia, una persona con indosso una maschera incarna il maligno, mentre gli altri partecipanti le tirano addosso dei semi di soia inscenando la cacciata del diavolo. Tuttavia, per far sì che l’esorcismo vada a buon fine, è necessario che ognuno mangi un numero di semi di soia equivalente ai propri anni, e reciti ad alta voce la formula «Oni wa soto! Fuku wa uchi!», ovvero: «Andate via demoni! Vieni avanti buona sorte!». Nelle tavole di Bbraio l’espressione giapponese anticipa due illustrazioni semplici, ridotte ai minimi termini, nelle quali vediamo una coppia di volti, vicini, in quiete, silenziosi. Anche questo lavoro sembrerebbe quindi concentrarsi su una dimensione di calma e di prossimità, senza dubbio necessaria per poter scongiurare i propri demoni interiori. Questa stessa quiete, infine, la ritroveremo anche nell’illustrazione di Tiziano Onesti, Far distante yes look out through yours, nella quale una ragazza in posizione di meditazione è affiancata da una nube di forme vorticanti che, fuoriuscendo dalla sua propria mente, rappresenta graficamente la forza di un pensiero creativo autonomo, capace di costituire una potenziale via d’uscita (e non di fuga) dalla gabbia opprimente dell’isolamento.